Nelle mani di chi sono i servizi sanitari territoriali?

Conversazione di Nicola Catucci con Nicola Marzano

La crisi rimbomba da più parti.

Ogni settore del nostro vivere ne è vittima. Purtroppo!

Dunque,  per le comunità, per le istituzioni, per i cittadini e per il mondo del volontariato e del Terzo Settore – da sempre portatore di valori di solidarietà e partecipazione – e dal quale il sottoscritto proviene, si affacciano nuove sfide.

 

Le organizzazioni di volontariato, in primis, si confrontano con risorse finanziarie sempre più limitate e con una società che cambia.

Di questo, allora, ho parlato con Nicola Marzano, Membro dell’Osservatorio Regionale sul Volontariato della Regione Puglia dal 2007 al 2010; componente del Gruppo di lavoro Agenzia delle Onlus di Milano e Disability Manager con formazione su Bioetica, Scienze Umane e ICF per progettare e Unire le Reti con e per le Persone con Disabiltà conseguita presso la Facoltà di Scienze della Formazione – Università Cattolica del Sacro Cuore.

Caro Nicola, c’è grossa crisi. Per le associazioni di volontariato questa parola si traduce inevitabilmente in una minore disponibilità di risorse?

 

“…non necessariamente, durante il progetto, che ha indagato l'applicazione della 328/00 in Puglia, è emersa  la capacità del Terzo Settore di essere un soggetto attivo e decisivo di questo processo.

Ciò che emerge nel  nostro lavoro di ricerca è, come si esprime Ugo Ascoli nell'introduzione a Politiche sociali nella crisi sul caso Puglia (volume che sta per uscire nei prossimi mesi e che conterrà i rapporti di ricerca), è che: "La ‘lezione’ pugliese spicca oggi nel paesaggio devastato del welfare; va ulteriormente indagata, diventa decisivo il suo consolidamento negli anni, che passa anche per un maggiore protagonismo degli enti locali e per una crescita di capacità e di presenza del terzo settore in tutte le fasi della costruzione del sistema."

Per il terzo settore pugliese si tratta di un’occasione formidabile, promossa  dalla politica, per crescere, incrementare la propria visibilità, intensificare la costruzione di reti al proprio interno ed affermarsi come soggetto politico da cui non si può prescindere, fondamentale per la progettazione e la realizzazione degli interventi socio-assistenziali. Tale processo potrebbe condurre anche ad una maggiore efficacia delle sue azioni di advocacy."

 

Ma secondo te, come stanno cambiando – con la crisi e le minori disponibilità – la distribuzione dei finanziamenti e dei fondi? Sono sufficienti? Sono ben amministrati secondo un criterio di umanizzazione dei servizi?

 

“Di sicuro, La minore disponibilità di fondi destinati ai servizi sociali è determinata, in questo momento, da un'aggravarsi di una situazione già in essere dagli ultimi anni.

La mancanza di oculatezza della spesa pubblica, il mancato confronto con le forze sociali, con il Terzo Settore al quale non è stato riconosciuto un ruolo politico nella scelta delle risorse disponibili e nella loro allocazione, hanno determinato una recrudescenza che oggi è al limite massimo della sostenibilità.

I governi locali hanno da sempre, ma  è sopratutto in questi anni che emerge fortemente il problema, utilizzato le risorse come fossero disponibilità economiche al servizio di “comitati elettorali cittadini”, cioè i Partiti  attuali!

Nella scelta dell'allocazione delle risorse gli amministratori locali, quasi tutti, hanno fatto prevalere la logica ragioneristica in base alla quale quanto più finanzio quella lobby tanto più voti ricevo. L'investimento su: “la persona al centro”, sulla qualità della vita, sulla protezione dell'ambiente e la messa in sicurezza delle generazioni che verranno, sono  stati in questi anni solo annunci e spot partitici nei fatti non mantenuti.

Si salvano tuttavia alcuni esempi e buone prassi che nella nostra Regione hanno lasciato qualche speranza… ma i Pugliesi avevano scelto di cambiare pagina ma poi si sono accontentati delle briciole sopratutto nei servizi Sociali ed in Sanità?.

In Sanità ancora si assiste alla regalia incondizionata di interi pezzi di Servizi Sanitari territoriali sia a  gruppi di interesse economico, che calano dal Nord come falchi, sia a  faccendieri e palazzinari locali che millantano l'eccellenza in Sanità ma che si rilevano delle autentiche bufale, una volta che il cittadino si accinge a controllare o ad utilizzare le strutture.

Questo passa ovviamente nel più totale mancato coinvolgimento delle forze sociali e della cittadinanza attiva, prima delle scelte “strategiche“ dei Partiti.

Ma c’è una buona notizia: di recente, nel mese di Dicembre ancora in corso, l'Agenzia del terzo settore ha pubblicato le  "Linee guida sulla definizione di criteri e di modelli per la partecipazione del terzo settore alla determinazione delle politiche pubbliche a livello locale". Le Linee Guida nascono da un processo di progressiva maturazione, nelle istituzioni tutte, della sensibilità e consapevolezza circa il ruolo fondamentale del Terzo Settore nella definizione delle politiche pubbliche.

La storia della partecipazione e della rappresentanza del terzo settore alla elaborazione delle decisioni che riguardano i diritti civili e sociali delle persone, e delle politiche che realizzano quel principio di solidarietà fondamento del nostro sistema costituzionale, segna le scelte operate nel documento e la volontà stessa della Agenzia di intervenire con un atto di indirizzo. Con le Linee Guida l’Agenzia intende peraltro offrire una possibilità di consolidamento alle buone pratiche esistenti, in particolare a livello regionale e locale, di partecipazione dei soggetti del Terzo Settore alla definizione delle politiche, e alla loro effettiva implementazione”.

Esse sono state infatti elaborate con l’intento di favorire la diffusione dei comportamenti virtuosi che da tempo esistono e sono fatti propri da molte istituzioni locali e dai soggetti della solidarietà organizzata in numerosi contesti territoriali, promuovendo un processo di progressiva armonizzazione “verso l’alto”, vale a dire verso il raggiungimento di livelli (considerati essenziali) di più ampia partecipazione del Terzo Settore e di più effettiva rappresentanza nelle sedi del confronto e del dialogo con le istituzioni.”

 

Grazie. In effetti il sistema sociale e quello sanitario, che in Puglia non vanno ancora completamente a braccetto, sta ponendo ai cittadini non pochi problemi; lo constatiamo quotidianamente nel nostro lavoro di “accompagnamento” delle persone in grave disagio fisico-socio-economico. Per quanto riguarda, poi, i rapporti con i rappresentanti “politici” degli Enti Locali siamo completamente d’accordo!

Sarei curioso, ora, caro Nicola, di saperne di più sulla figura del Disability Manager. Tu ne hai tutti i titoli, ed allora quali sono i suoi compiti, quanto e a cosa serve, quali sono gli aspetti positivi per le amministrazioni, per i territori, per i cittadini?

 

“La formazione di questa nuova figura professionale e del Corso di Perfezionamento,  è stata curata dal  Centro di Ateneo di Bioetica dell'Università Cattolica, con la Struttura Semplice Dipartimentale Neurologia, Salute Pubblica, Disabilità della Fondazione I.R.C.C.S. Istituto Neurologico "C. Besta" di Milano.

Sulla base  delle  raccomandazioni prodotte dal “Libro Bianco sulla Accessibilità e Mobilità Urbana scritto dal Tavolo Tecnico istituito tra Comune di Parma e Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, il Disability Manager, partendo dalla valutazione dei bisogni della persona con disabilità, ha gli strumenti culturali e le competenze per realizzare una visione unitaria e coordinata  per migliorare la qualità e l'efficacia delle politiche territoriali.

La sua  capacità di  attivare lavori di rete e organizzazioni di piani di lavoro per le persone con disabilità, la Classificazione ICF e il modello biopsicosociale centrato sulla persona, rappresentano la base teorica e concettuale sulla quale si fonda il lavoro del Disability Manager.

Il Disability management ha una competenza che ha un particolare significato per coloro che lavorano all’interno dei Comuni che sempre più devono saper affrontare e gestire i temi legati ad un aumento delle persone con disabilità nelle nostre città.

Il Disability Manager, partendo dalle offerte disponibili sul territorio, si propone infatti di superare i confini tra i servizi, di valorizzare le singole professionalità che già operano nelle realtà comunali, per favorire l’accessibilità (urbanistica e non solo), il coordinamento socio-sanitario, l’assistenza alla famiglia, l’integrazione scolastica, l’inclusione lavorativa, il turismo, ecc. E' in grado di fornire strumenti culturali affinché si realizzi una visione unitaria e coordinata delle competenze necessarie per migliorare la qualità e l’efficacia delle politiche, così da garantire la partecipazione di tutte le persone, con o senza disabilità.

L' attenzione alla programmazione e all’organizzazione del sistema integrato di interventi e servizi socio-sanitari (Istituzioni e terzo settore), porterà nei prossimi anni un apporto significativo e consapevole nelle dinamiche culturali in atto e nelle problematiche bioetiche, intervenendo, sulla base di una chiara concezione della persona e dei suoi diritti inalienabili, assicurando un servizio multidisciplinare centrato sulla persona e sulle sue esigenze piuttosto che soltanto sull’organizzazione e i bisogni del sistema stesso.

In sintesi il Disability Manager, agirà con competenza all’interno dei Comuni, per l'attuazione dei diritti delle Persone con disabilità ed in ottemperanza della ratifica da parte dell'Italia della Convenzione ONU.

Già molte Amministrazioni in Italia stanno attivando strumenti per dotarsi di questa figura.”

 

…da noi chissà quando, aggiungerei io.

Infine, per informazione dei lettori, aggiungo che: la SIDiMa (Società Italiana Disability Manager) è nata nell'aprile di quest'anno in occasione di un convegno a Gorgo al Monticano (Treviso) (se ne legga nel sito qui) e il suo primo presidente, l'architetto Rodolfo Dalla Mora, era stato anche il primo Disability manager introdotto in Italia da una struttura sanitaria (leggi qui), vale a dire l'Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione (ORAS) di Motta di Livenza (Treviso).

A comporre il Consiglio Direttivo della nuova Società vi sono poi Consuelo Battistelli (vicepresidente), Roberta Tiozzo, Paola Pascoli, Michele Franz, Benedetta Squarcia, Laura Cunico e Camillo Gelsumini e l’intervistato Nicola Marzano come consiglieri.
Ebbene, sentite come definiscono il Disability manager: «egli è una nuova competenza che si inserisce in altre professioni – figura in rapida diffusione anche nel nostro Paese – ha sostanzialmente il compito, di costruire reti, servizi e soluzioni, per sostenere nella vita di ogni giorno, chi ha perso la propria autonomia e i suoi familiari, spesso disarmati di fronte a una condizione improvvisa che richiede adempimenti burocratici, conoscenze e competenze specifiche. Una professionalità sempre più indispensabile, a fronte di un futuro caratterizzato dal progressivo aumento della vita media e dalla maggiore sopravvivenza a molte patologie e a grandi traumi sino a poco tempo fa letali».

Infine, mi chiedo, ritornando nella nostra “piccola” Modugno…: ma noi di questo con chi ne dobbiamo andare a parlare, se ancora oggi l’Ufficio preposto all’attuazione dei Piani Sociali di Zona non riesce ad avviare servizi progettati nel lontano 2005? me ne vengono un paio a caso: per esempio, della PUA (Porta Unica di Accesso) sappiamo niente? Ed i servizi dedicati alle persone ex tossicodipendenti a che punto sono?

Sempre più sconfortato… vi saluto e vi do appuntamento alla prox……